Scrittura Creativa

Le parole sono segni, forme e colori che noi combiniamo per formare suoni. Prese singolarmente hanno un loro significato, ma insieme formano un coro espressivo che sprigiona emozioni, sentimenti, idee.

TINGI DI ROSSO LA REALTA’

Pubblicato il  primo libro  di Lidia Gobbati su Amazon

Della raccolta di sette racconti pubblichiamo il n°6: L’ arancione ( A caccia di sogni)

L’ARANCIONE

(A caccia di sogni)

La sua casa era vicino al porto. Il suo sogno era quello di volare, seguire le oscillazioni del vento e raggiungere il luogo fantastico della sua immaginazione. Era un sognatore. Tutti i bambini lo sono, ma Silvano aveva qualcosa in più: era un realizzatore di sogni. Si era creato uno spazio riservato nello scantinato, dove accatastava ogni giorno le cose che trovava lungo la strada, oltre ai suoi giocattoli e a quelli di sua sorella. (ovviamente dopo averli distrutti). La madre gli ricordava di vivere con i piedi per terra, gli raccomandava di amare la sorellina e di dedicare più tempo alla vita di famiglia. Lui la guardava in silenzio con aria interrogativa, poi correva nel suo rifugio e si metteva a pensare e a costruire. Non era scontroso, ma amava la solitudine. E soprattutto detestava i suggerimenti degli adulti. Non sopportava che lo ritenessero strano ed introverso e non capiva perché continuassero a ripetergli le stesse cose. Cercava quindi riparo nel suo mondo fantastico. Trovava nella sua testa quei pensieri stravaganti e quelle sensazioni mutevoli che la realtà non riusciva a fornirgli. Durante i pomeriggi estivi camminava sulla spiaggia e passava molto tempo a raccogliere tutto ciò che il mare aveva trasportato. Si lasciava condurre dal volo dei gabbiani, che guardava incantato, sognando di poterli imitare. Il suo tempo era carico di idee e pensieri bizzarri che lo aiutavano a dimenticare la realtà, così come gli appariva: un mostro grigio, pieno di persone e cose, inutili e fastidiose.

Un giorno incontrò un ragazzo che tentava di far volare un aquilone. Correva sulla spiaggia e spingeva con tutta la forza il suo drago cinese, che non riusciva a salire, sobbalzava ripetutamente sul terreno, si alzava di un metro, per poi fermarsi. Silvano lo guardò a lungo e nella sua immaginazione lo vide levarsi in alto, sempre più in alto. Pensò che sarebbe stato molto bello poter avere un aquilone che ti trascinasse nel cielo, trasportandoti nelle rotte celesti, per poi lasciarti cadere qualora lo desiderassi. Sarebbe stato veramente eccitante sentirsi legati al filo che ti unisce ad un pezzo di carta e vagare nell’aria, sostenuto dall’emozione che ti fa palpitare e saggiare piaceri nascosti! E cominciò a fantasticare, immaginandosi di sorvolare il mare e vedere dall’alto la sua massa blu.

All’improvviso gli venne un’idea, e corse a casa. Rovistò nel suo laboratorio e riuscì a recuperare dei fogli di carta velina colorata e alcuni bastoncini sottili, staccati da un ramo di nocciolo, un vasetto di colla e del filo, e cominciò a costruire il suo primo aquilone. Dopo qualche ora, un foglio di carta colorata con una coda lunga verde era pronto per essere messo alla prova. La sua struttura era abbastanza robusta e la sua dimensione sufficientemente grande e leggera da poter prendere il vento come una vela, e alzarsi fino a diventare piccolo piccolo. Se non era in grado di sollevare un bambino poteva però riuscire a sollevare un giocattolo, pensava, e prese il suo gioco preferito, un aeroplano rosso che stava sulla mensola. Lo legò all’estremità del filo facendo attenzione di fissarlo bene. Controllò che le ali stessero in orizzontale e la punta anteriore si rivolgesse verso l’alto. Gli avrebbe regalato un po’ di vita vera, e lo avrebbe seguito con gli occhi cercando si immedesimarsi in lui, e solo col cessare del vento lo avrebbe recuperato sulla spiaggia. Guardò soddisfatto il suo lavoro, quindi salì in casa, prese una merenda dal pensile della cucina e sgattaiolò verso l’uscio, desideroso di provare l’esperimento. Trovò sulla porta la sorella, una bimba riccioluta dall’aspetto capriccioso, decisa a seguirlo a tutti i costi. Luisa era più piccola di tre anni, ma sufficientemente scaltra e risoluta da riuscire ad ottenere quasi sempre quello che voleva. Strillò puntando i piedi e si mise a piangere. Il ragazzo le mise in mano una caramella, uscì di casa velocemente e corse via.

Arrivato sulla spiaggia annusò la brezza pomeridiana e distese l’aquilone sulla sabbia. Prese in mano il gioco e cominciò a correre.   L’aquilone si sollevava piano piano, ondeggiando e colorando il cielo, si alzava via via sempre di più, fino a tracciare un percorso aereo lineare e sicuro. Silvano era esaltato e quando sentì il filo tendersi con forza, aprì la mano e lasciò andare l’aeroplano. Il giocattolo piroettava, formando oscillazioni irregolari. A volte rasentava terra, altre si levava di scatto e tornava a volare, continuando ad aleggiare fino al cessare del vento. Poi cadde e s’insabbiò.  Il fanciullo esultava di gioia! Aveva seguito con gli occhi la danza del velivolo nell’aria, era riuscito a vederne tutti i movimenti, registrandoli nella sua mente, e si sentì felice e pieno di entusiasmo. Lo riprese, e ripeté due o tre volte gli stessi movimenti. Era contento di vedere l’aeroplano navigare con disinvoltura e compiere un volo sempre più lungo. Pensò così di ripetere l’esperimento con un numero più grande di oggetti volanti.

Tornato a casa, si mise a costruire nuovi aquiloni. Li avrebbe fatti innalzare uno ad uno, ciascuno con il proprio giocattolo, e avrebbe creato uno spettacolo meraviglioso. Soprattutto avrebbe potuto immaginare di essere trasportato insieme ai suoi giochi e provare cinque, sei, dieci volte l’ebbrezza del volo. Lavorò sodo per parecchi giorni, creando oggetti di dimensioni diverse e di vari colori, e scelse accuratamente i giochi in base alle dimensioni e al peso. Quando voleva ci sapeva fare! E riusciva ad entrare nei dettagli più nascosti per trovare la soluzione pratica, perché la manualità e la fantasia convivevano nella sua testa. Questa volta mostrò le sue costruzioni a Luisa, che avrebbe dovuto aiutarlo nell’impresa.

 

In un bel pomeriggio di sole, le persone che passeggiavano per la spiaggia, videro arrivare un bimbo di nove anni, dagli occhi e dai capelli neri, con una esile corporatura e un sorriso smagliante, orgoglioso di stringere la sorellina con una mano e portare cinque aquiloni con l’altra. La bimba, paffutella e bionda, avanzava fiera tenendo i giocattoli ben stretti, per fermarsi dopo qualche passo ed appoggiarli sulla sabbia, quindi mettersi seduta a gambe incrociate e fissare il fratello, impegnato a disporre gli aquiloni a terra. Qualche osservatore si fermò incuriosito, altri continuarono a camminare parlottando e scherzando, qualche bimbo strattonò la mano del genitore chiedendo di fermarsi. Quando tutto fu pronto il ragazzo prese il gioco più leggero e corse fino a farlo volare. Un soldatino si alzava dolcemente e dondolava come un’altalena, per poi ruotare su se stesso con eleganza e dignità. Senza perdere tempo continuò con il secondo. Prese una piccola barca blu, a cui erano state tolte le vele, e la lanciò nell’aria trasformandola in un’imbarcazione volante, che cavalcava onde immaginarie. Proseguì con il terzo, e il quarto, e arrivò a sollevare per ultimo l’aeroplano rosso. Lo spettacolo improvvisato era surreale! Silvano correva per spingere gli oggetti che via via si stavano abbassando. Lo faceva chiudendo gli occhi, con il viso radioso, girando e ruotando il suo corpo come se stesse ballando, in mezzo ai giochi colorati, che si dimenavano e si spostavano in continuazione.  Ese-guivano movimenti articolati, seguiti da rapide rotazioni.

” Guarda papà!” esclamo un bimbo con il naso all’insù

” Perderà i suoi giochi!” rispose il padre, temperando l’ammirazione del figlio.

Luisa era meravigliata ed applaudiva tutte le volte che il fratello faceva volare più in alto gli aquiloni, e così facevano i bambini che passavano vicino. I genitori che li accompagnavano si mostravano incuriositi e perplessi. Solo una madre esclamò: ” Però, che fantasia!”

La danza continuò per cinque, dieci minuti. Un soldatino, una barca, un piccolo elefante, un dinosauro, un aeroplano compivano rotte di volo instabili seguendo percorsi contorti, si abbassavano e si alzavano all’improvviso, si attorcigliavano fra di loro e si staccavano ripetutamente. Silvano, di tanto in tanto, alzava la testa per controllare che gli oggetti rimanessero sospesi, e seguiva le loro oscillazioni fra la gioia dei bimbi e la curiosità dei presenti. Adesso non sognava più di volare, ma si sentiva un mago che, con la mano, poteva comandare il volo di oggetti. Era un prestigiatore che guidava lo slancio di corpi in un mondo incantato.

Ma arrivò d’un tratto una folata di vento che cambiò la rotta dei velivoli, spingendoli verso il mare. I giochi appesi avevano perso completamente la loro compostezza e giravano vorticosamente, fino a contorcersi, mentre il vento li allontanava sempre più.

“Prendili, Silvano!” gridava Luisa alzando le braccia.

” Hai visto? Te l’avevo detto che avrebbe perso i giochi!” commentò il padre, tenendo stretto il figlio per mano.

Silvano entrò in acqua e cercò disperatamente di toccare gli ultimi pezzi ma non vi riuscì. Si allontanavano con movimenti convulsi e si erano alzati troppo, mentre si dirigevano verso gli scogli e si nascondevano alla loro vista. Stavano raggiungendo una zona inaccessibile, un posto pericoloso e chiuso al pubblico, dove nessuno avrebbe potuto prenderli. I due fratelli li seguirono con lo sguardo fino alla fine, rimanendo immobili e sbalorditi.

Il sogno e il lavoro di giorni si erano persi in un attimo! L’incantesimo era finito!

Stettero seduti per un po’. Luisa si asciugò qualche lacrima poi, con il capo chino, insieme al fratello, fece per avviarsi verso casa. Un ragazzo, dall’aspetto sciatto e dai capelli arruffati, li fermò. Aveva una polaroid in mano e consegnò loro una fotografia che ritraeva il momento culminante del volo: un bambino bruno spiccava un salto, sotto una pioggia di giocattoli che, in piena rotazione, formavano una corona sopra la sua testa.

” Tenete” disse “Avete perso i giochi, ma vi resterà il ricordo”. E se ne andò.

Silvano gli sorrise con gratitudine e tenne stretta la fotografia, portandola a casa come un trofeo. La incorniciò e la sistemò sulla mensola al posto dell’aeroplano rosso. Non soffrì molto per la perdita dei giochi. Erano stati degnamente sostituiti, e l’immagine sanciva il successo della sua invenzione. Sapeva di aver realizzato una cosa che nessuno fino a quel momento aveva ideato e la fotografia ne era la prova palese.

Nei mesi che seguirono si dedicò ad altre costruzioni. Ideò un mostro meccanico, usando vecchie lamine arrugginite. Una specie di robot composto da pezzi fissati tra loro con viti allentate, che ne favorivano la mobilità. Lo portò sulla spiaggia in un giorno di pioggia. Le braccia e la testa del personaggio metallico, colpiti dalla pioggia battente, crearono con le loro oscillazioni un insieme di suoni stridenti e acuti. Erano rumori ritmati che si combinavano con i suoni naturali dell’ambiente, e che picchiavano con impeto nella mente e nel cuore di Silvano, lasciandolo immerso in un turbinio di sensazioni.

La piccola fotografia era e rimase, comunque, il suo oggetto più caro, il ricordo più bello. Quel piccolissimo pezzo di carta fissava un evento importante, che nessun abitante del posto aveva mai visto prima e che solo l’immaginazione di un bambino era riuscita a creare. Silvano l’aveva osservata a lungo, per poi disegnarla su fogli di carta volanti, che lanciava per aria con allegrezza.

“Ti abbandoni troppo alla fantasia” insisteva sua madre, con aria abbattuta “Vivi di sogni e di illusioni ”

Ma lui non era d’accordo. Sapeva distinguere il sogno dalla realtà. Le emozioni che aveva provato erano reali, non erano sogni. E a quelle emozioni non sapeva e non voleva rinunciare.

Non si sentiva diverso dagli altri. Questa era solo un’idea degli adulti.

 

Gruppo Live-Art: 

 “Forme biomorfe”

(elaborazione digitale su dipinto)

 

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